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L'invito di Matteo Renzi a ''raccontare meglio'' il Def, ''la più grande operazione di redistribuzione mai fatta in Italia'', dimostra che il premier si aspettava un'accoglienza diversa da parte della stampa e dell'opinione pubblica. E' come se la presentazione della ''Finanziaria'', che darà a dieci milioni di lavoratori i famosi 80 euro in più al mese in busta paga, sia passata un po' sotto tono: il complesso delle misure sembrano rispondere più alla filosofia di Pier Carlo Padoan che a quella del Rottamatore, tanto da far dire a Stefano Fassina che sono in continuità con l'austerity di Monti e Letta. Naturalmente non è proprio così, ma è un fatto che stavolta la politica degli annunci (come accaduto peraltro in passato a Silvio Berlusconi) ha finito per creare attese forse eccessive. Certo, Bruxelles e il Fmi per ora hanno promosso il Documento di politica e finanza, in attesa di conoscerne il dettaglio, ma con ogni probabilità è proprio questo punto a determinare le perplessità di quanti si attendevano una manovra più espansiva. Il Def viene accusato da sinistra di eccessiva timidezza perché prevede una crescita piuttosto lenta, e da destra di raschiare il fondo del barile con il rinvio di un anno del pareggio di bilancio. Renzi risponde di aver tenute basse le previsioni per serietà (visti i precedenti, è il sottinteso), ma di aspettarsi ''buone sorprese'' nei prossimi mesi. Come dice il fedelissimo Matteo Richetti, 1.000 euro in più in un anno non risolvono la crisi però cambiano la tendenza. In sostanza il governo punta le sue carte sul fattore traino: se si diffonde l'ottimismo sulle possibilità di ripresa, e soprattutto si cambia il modo di funzionare della macchina statale, allora ci sono molte più chance di innescare una vera crescita. E' un ragionamento non molto dissimile da quello portato avanti dai governi Berlusconi (per la verità senza successo) e che ha un presupposto necessario: dimostrare di controllare non solo il partito ma anche la maggioranza nel cammino delle riforme. Questo è il motivo per cui il premier ripete che su riforma del lavoro e delle istituzioni il suo partito ha già votato (alle primarie e in Direzione) e che dunque la battaglia della minoranza interna non ha nessuna possibilità di successo. I suoi vorrebbero evitare di ricorrere nelle votazioni alla disciplina di gruppo (in questa legislatura non è mai accaduto, ricorda Luigi Zanda), ma è implicito che ciò possa accadere se i dissidenti insisteranno nel sostenere il ddl Chiti per un Senato elettivo. Ciò significherebbe, spiega Maria Elena Boschi, confermare la politicità di un organo che invece deve essere trasformato in voce delle autonomie. Si vedrà nei prossimi giorni se la manovra economica, con i suoi tagli a politici, manager e banche, avrà l'impatto sperato anche nella richiesta di maggiore elasticità dei vincoli europei (che non è gratis, avverte il vicepresidente della commissione Ue Antonio Tajani), ma intanto il Rottamatore ha anche un altro problema: la gestione del rapporto con Berlusconi. Forza Italia è impegnata in una vera e propria battaglia per difenderne l'agibilità politica (ci sarà anche una nuova richiesta alla Corte europea dei diritti di Strasburgo): l' impressione è che la sentenza del tribunale di sorveglianza non sarà affatto neutra per il futuro del patto del Nazareno. Il Cavaliere non ha interesse a stracciarlo ma allo stesso tempo le previsioni negative per le europee (il sorpasso di Beppe grillo) lo inducono a perseguire la linea dura: i fedelissimi denunciano una ''democrazia in ceppi'', chiedono che prevalga il ''male minore'' (vale a dire un affidamento light ai servizi sociali) e soprattutto non sono disposti a lasciare carta bianca a Renzi sulle riforme. Difficile pensare che il processo possa andare avanti senza un nuovo incontro tra Rottamatore e Cavaliere che valga un po' da sigillo di novità rispetto all'epoca dell' antiberlusconismo militante che si cerca di archiviare. Il pericolo per i due è che di questi tatticismi si avvantaggi il Movimento 5 Stelle. Grillo definisce Renzi un ''ballista'' che restituisce da una parte e taglia dall'altra e spara a zero contro i vincoli europei che soffocano la crescita e sui quali Renzi si è dimostrato finora troppo timido.


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