The real Australia

Pubblicato il gennaio 9, 2013 di

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Singapore, 09 gennaio 2013. L’ultimo aggiornamento del blog ci vedeva a Melbourne alle prese con il secondo Natale al caldo e di colpo ci ritroviamo proiettati sulla strada del ritorno in Europa. Nel mezzo tante storie da raccontare, troppi chilometri ed amici vecchi e nuovi con cui condividere la fine della nostra avventura australiana. Ma, come al solito, procediamo con ordine…

Melbourne e’ stata una bella sorpresa, una città ordinata, con un bel centro “storico” (virgolettato d’obbligo visto che da queste parti l’unica cosa oltre i 100 anni sono i dipinti su roccia aborigeni!) e finemente decorata per le feste natalizie. Unica pecca, il meteo in stile Nuova Zelanda che ci ha letteralmente fatto patire le pene dell’inferno con le sue 4 stagioni in un giorno. Tra le note della nostra permanenza nella capitale del Victoria, da segnalare la messa di Natale nella  Cattedrale di St. Patrick con tanto di omelia del Most Reverend (il più reverendo?) Denis J. Hart D.D. che a fine celebrazione si e’ prestato per foto ricordo con tanto di bastone d’oro e cappello in stile Papa (si mormora che qualche fedele si sia addirittura spinto a chiedere un’autografo sul libretto dei canti).

Poiche’ quest’anno ci e’ stato impossibile celebrare il Natale in compagnia nonostante le generose offerte, abbiamo così deciso di concederci un pasto tradizionale, ma, dopo aver battuto a tappeto tutto il quartiere italiano per scoprire che i ristoranti con cucina nostrana sarebbero da tradizione stati chiusi il giorno di natale, abbiamo dovuto abbandonare i sogni di agnolotti al ragù per carne e funghi alla griglia (tanto per cambiare) in un localino lungofiume. Incredibile e’ stato notare come il Natale a queste latitudini sia una giornata da trascorrere fuori, mentre in Italia difficilmente si trova qualcosa di aperto o gente per strada. Differenza di meteo immagino.

Lasciataci Melbourne alle spalle ci siamo buttati sulla spettacolare Great Ocean Road, la strada panoramica che percorre tutta la costa sud Australiana tra Adelaide e Melbourne. Prima tappa di giornata la, surfisticamente parlando, famosa Torquay. Talmente famosa che il mare era più’ affollato della spiaggia, questa città ai molti probabilmente sconosciuta ha dato i natali ad alcuni dei più noti brand di surf, motivo per il quale Roberta non si e’ potuta esimere dal fare shopping, ed e’ stato il luogo dell’ultima surfata prima di disfarci della nostra tavola. In un paio di giorni avremmo avuto compagnia e, a malincuore, e’ stato necessario fare spazio sul sedile posteriore. Terminata la mia carriera di surfista in suolo australiano, ci siamo diretti verso i 12 apostoli, imponenti colonne di roccia che sbucano dal mare. E’ incredibile cosa la natura sia in grado di plasmare in migliaia di anni!

Proseguendo sulla Great Ocean Road qualche centinaio di km e una decina di cittadine più o meno  anonime (delle quali ricordiamo Wellington, che a parte l’omonimia con la capitale neozelandese ha il servizio traghetto più longevo dell’Australia con 170 anni di onorato servizio, e Victor Harbour, per il tram trainato da cavalli che collega la città all’isola di fronte) si arriva ad Adelaide, la capitale dell’America Dream (o Australian Dream in questo caso). In quella che e’ la capitale del South Australia, non esistono, infatti, palazzi o condomini: ognuno ha la sua villetta con giardino, il che rende Adelaide una gigantesca zona residenziale e, nonostante la popolazione sia quella di Torino, interminabile da attraversare! Nonostante le dimensioni, una visita di un giorno e’ stata più’ che sufficiente, una volta apprezzato il tramonto sul lunghissimo lungomare ed imbarcata la nostra amica Rid siamo così partiti alla volta del Red Centre, il desertico centro rosso Australiano. Unico inconveniente e’ stato fare rifornimento di provviste visto che ad Adelaide i supermercati chiudono inspiegabilmente alle 17 di sabato per riaprire alle 11 della domenica, quando anche nei paesini di mille anime l’orario canonico e’ 8-22, 7 giorni su 7 (come infatti abbiamo potuto constatare a Port Augusta che nonostante i 20mila abitanti aveva tutti i supermercati aperti e dove abbiamo potuto fare provviste alle 8 di mattina!).

Si dice che non si possa dire di essere stati in Australia senza avere visitato l’Outback. Forse e’ un po’ eccessivo (dove le mettiamo l’Opera House e le spiagge del surf), ma gli oltre 3,500 km di territorio arido che dividono Darwin da Adelaide ed intermezzati solo da città di minatori, pompe di servizio ed il bellissimo parco nazionale di Uluru, offrono un punto di vista decisamente diverso sull’Australia. Bisogna ammettere che l’aria condizionata e la strada asfaltata rendono l’impresa della traversata meno epica di quello che poteva essere fino a 30 anni fa, ma fa comunque un certo effetto attraversare tratti strada completamente dritti, senza neanche un distributore di benzina per oltre 250 km e dove l’unica cittadina ha case scavate nella roccia per permettere agli abitanti di sfuggire alla calura esterna (Coobers Pedy, la cui unica ragione di essere e’ l’industria di estrazione dell’Opale). Ancora più’ emozionante e’ stato cenare sotto le stelle ad Uluru (conosciuto come Sound of Silence – cena e aperitivo che si ripete quasi ogni notte), dove l’assoluta mancanza di inquinamento visivo ci ha permesso di ammirare un bellissimo cielo stellato e dove abbiamo potuto imparare molto sulla cultura aborigena (oltre che fare, da bravi turisti, qualche centinaio di foto con l’Ayes Rock alle spalle al tramonto e all’alba). Non meno suggestivo e’ stato campeggiare a Wycliffe Well, capitale Australiana degli UFO e paese di 10 abitanti composto dall’unico edificio che rappresenta benzinaio/pub/campeggio/tavola calda (nel conto delle persone credo abbiano incluso anche gli asini che si aggiravano liberi nel campeggio visto che noi di persone che lavoravano ne abbiamo contate solo 5!). Infine, al termine di questa lunga cavalcata tra la terra rossa, Darwin, che dopo tanto deserto ci ha accolto con un grado di umidità tropicale, un tramonto da cartolina, una caldissima visita alle pitture rupestri del Kakadu National Park in compagnia di un esercito di mosche, un bagno sotto le cascate al Leitchfield National Park ed una compagna di stanza malata di varicella dalla quale siamo fuggiti dopo 5 minuti in preda alla paranoia di essere contagiati!

E’ difficile concentrare in poche righe tutto quello che abbiamo vissuto in queste due settimane (spero che le foto mi vengano in aiuto per rendere l’idea), ma attraversare l’inospitale e desolato Red Centre e’ stata senza dubbio un’esperienza unica ed interessante! Dopo un anno e’ anche giunto il momento di salutare l’Australia…ma direi che di questo e delle prossime avventure e’ meglio parlarne un’altra volta!

Cheers,

D.

 

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Pubblicato in: AU project